Aiuti chi vende online, banche, trasporti e servizi a rendere siti e app usabili anche da chi ha una disabilità. Dal 28 giugno 2025 è un obbligo di legge con sanzioni fino a 40.000 euro.
È un mercato nuovo, e le prime posizioni le pubblicano le società specializzate e la rete internazionale dei professionisti dell'accessibilità. Il resto arriva dalle aziende obbligate, che vanno cercate.
Una delle società italiane specializzate in accessibilità digitale, con la sua pagina di posizioni.
L'associazione internazionale del settore: posizioni anche da remoto, quasi tutte in inglese.
Piattaforma italiana dove aziende e privati pubblicano incarichi per professionisti indipendenti.
La ricerca è già impostata sul mestiere e sull'Italia: aggiungi la tua città per vedere solo quelle vicine.
La cifra parte dal prezzo che il cliente paga per un audit, non dal compenso dichiarato del consulente — il secondo non è pubblicato da nessuna parte, il primo sì, e converge su fonti indipendenti: 500-2.000 € per un audit di media complessità (Everest Innovation), 500-1.500 € per un sito medio (WebNovis), 997 € per un pacchetto di check-up più dichiarazione di accessibilità (Legal for Digital, listino pubblico). Audit più messa a norma insieme salgono a 1.500-8.000 €. Il passaggio al mese applica un ritmo di 2-3 audit mensili per chi comincia: quel ritmo è una stima, non un dato osservato, ed è la parte debole del conto. Per rifarlo: i listini pubblici delle agenzie italiane di accessibilità sono numerosi e comparabili, e vanno riletti spesso perché il mercato è nuovo e i prezzi si stanno assestando.
La domanda non nasce dal mercato ma da un obbligo con una scadenza già passata: dal 28 giugno 2025 il D.Lgs. 82/2022 vincola tutte le imprese private che offrono prodotti e servizi digitali al pubblico — commercio elettronico, banche, e-book, trasporto passeggeri, comunicazioni elettroniche, terminali self-service — con la sola esclusione delle microimprese sotto i 10 dipendenti e i 2 milioni di fatturato. Chi non si è adeguato è già fuori norma, e le sanzioni dell'articolo 24 vanno da 5.000 a 40.000 euro: l'audit costa meno della multa, ed è l'argomento con cui il servizio si vende. Ad aprile 2026 sono entrate in vigore le WCAG 2.2, quindi anche chi si era adeguato deve rivedere il lavoro. Non risulta però da nessuna fonte quante aziende italiane si siano già mosse e quante restino scoperte.
È una consulenza a commessa, non un reddito ricorrente per natura: l'audit iniziale è un lavoro che finisce. Il reddito vero dipende dal riuscire a trasformarlo in messa a norma (altri 1.000-5.000 €) e poi in monitoraggio nel tempo, che è un servizio distinto e più caro. I pacchetti da 18.000 €/anno che si trovano in giro sono tutela legale completa per organizzazioni grandi, un altro mestiere: non stanno in questa forchetta. Il punto di forza per chi arriva dopo i cinquanta: per la fase di audit non serve programmare — servono le WCAG e una lista di controllo applicata con metodo, e le fonti descrivono il check-up come compilabile anche senza competenze tecniche avanzate. Non esiste in Italia una certificazione obbligatoria per esercitare: la barriera d'ingresso è bassa, ma per la stessa ragione distinguersi è più difficile. È fatturato: al lordo di IVA, contributi e imposte.
Quanto ci vuole prima di essere pagati: non lo sappiamo. Non l'abbiamo trovato per nessuno dei nostri percorsi, e non per pigrizia — in Italia sembra che nessuno lo misuri. Chiedilo a due o tre persone che questo mestiere l'hanno cominciato da adulte, dopo un'altra vita professionale: è l'unico posto dove quella risposta esiste.
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